Parasite- Oltre l’odore della miseria

Trama

La storia di Parasite racconta la tragica condizione della famiglia Kim, formata dal padre Ki-Taek Kim, dalla madre Chung-Sook e i due figli: Ki-jung Kim, la sorella maggiore e Ki-Woo Kim la chiave per l’accesso ad una nuova, seppur meschina, vita.

Le immagini mostrano fin da subito la condizione di degrado e la rassegnazione in cui versano i protagonisti, costretti a vivere in uno squallido seminterrato senza alcun confort. Una gabbia dove queste anime interrotte, a cena, tentano di trovare una via d’uscita da quella condizione tanto infame quanto crudele.

La prima parte di Parasite fotografa nitidamente un mondo privo di umanità dove troviamo da un lato, la disperazione di una vita fatta di stenti, dall’altro il potere della ricchezza, dove i capricci sono la sola priorità.

L’occasione d’oro si presenta con Min-Hyuk, un ragazzo borghese, brillante e laureato il quale propone a Ki-Woo di sostituirlo per dare lezioni di inglese alla primogenita della famiglia Park.

La trama inizia a prendere forma quando Ki-Woo si introduce all’interno della villa e mette in atto un piano ai danni dei Park, famiglia benestante troppo impegnata a curare il figlio affetto da psicosi immaginarie partorite da una madre piena di insicurezze e insoddisfazioni. Una partita a scacchi dove i Kim sembrano avere in pugno la situazione. Le pedine sembrano muoversi nel verso giusto: prima l’insegnante d’arte, poi l’autista ed infine la donna di servizio.

La povertà sembra essere ormai un lontano ricordo.

Implacabili si avvicinano sempre di più all’emotività dello spettatore, il quale sembra quasi perdonare il parassitismo spregiudicato dei Kim ai danni di una ricca, seppur ingenua, famiglia borghese. 

Scacco matto, o quasi, per i Kim.

Bong Joon-ho, infatti, cambia registro, rovesciando la situazione con estrema maestria ed eleganza. I Kim finora padroni di questa partita senza rivali si troveranno davanti a qualcuno pronto a tutto pur di non rinunciare alla fonte di vita di casa Park.

Analisi del Film

“Fingi fino a diventarlo”

Parasite mette a fuoco il disagio e l’eterno divario nella nostra società, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.

Bong Joon-Ho non si limita a descrivere il tradizionale concetto di povertà ma, più sottilmente, pone il focus sulla mancanza di possibilità e sulle continue negazioni di riscatto ad una classe in favore di un’altra. La ricchezza viene stigmatizzata e ridotta ai più ridondanti cliché: noia, apatia e superbia.

Il regista, infatti, pone all’attenzione dello spettatore due mondi apparentemente opposti: La città-baraccopoli, umida, marcescente – quella del seminterrato – colmo di muffa e degli ubriachi che urinano per strada e la casa dei ricchi, linee eleganti, cristalli e spazi esageratamente sproporzionati.

Due universi incompatibili che nascondono, ognuno a modo proprio, l’infinito senso di infelicità che accompagna ogni essere umano. Se con i Kim notiamo la fame di riscatto, i Park mostrano la ricerca di una serenità estemporanea, impalpabile che come una farfalla tende ad allontanarsi al lieve soffio di vento.

“La guerra si fonda sull’inganno”.

Parasite rimarca il carattere, ben noto, di una società dove l’apparenza vince sulla sostanza e l’unica soluzione per essere accettati, o più semplicemente per sopravvivere, è simulare. Una maschera che non viene via dopo il calare del sipario, irrimediabilmente attaccata alla pelle tanto da godere del dolore inflitto. Se il capitalismo ignora i problemi dei poveri, allora i poveri non possono che mostrarsi brutali, ignorando e prendendosi gioco dei ricchi.

I Kim, infatti, non si mostrano caritatevoli ma gettano veleno indistintamente su ogni individuo che incontrano sul proprio cammino. Spietati e amorali sono pronti a tutto pur di cancellare quell’odore che, come un marchio a fuoco, delinea il loro status. La finzione e la menzogna si fondono in un mostro che striscia silenziosamente tra i personaggi e la cecità spudorata conduce ad un unico epilogo: la strage dell’umanità, senza alcuna distinzione di classe sociale.

Parasite dipinge un immagine netta e cristallina del nostro tempo ove si coglie la profonda crepa  tra ricchi e poveri. Una realtà dove vige la legge del più forte: o soccombi o uccidi.  Nessuno scrupolo o senso di colpa accompagna i personaggi mossi unicamente dalla voglia di sopravvivere. Crudeltà e immaginazione si mescolano, i fantasmi prendono vita e, finalmente, diventano reali.

Sopravvivere alla miseria: I silenzi di Kang-ho Song

                      “Il miglior piano nella vita è quello di non farsi mai dei piani.”

Il personaggio di Kim Ki-taek interpretato magistralmente da Kang-ho Song sembra stare in disparte durante la prima parte del film, un mero esecutore di un piano concepito da menti più argute. Capofamiglia, senza ne arte ne parte, senza cultura ne autorità.

Seguendo gli insegnamenti di Sun Tzu “Quando sei capace, fingi di essere incapace. Quando sei attivo, fingi di essere inattivo. Quando sei vicino, fingi di essere lontano. Quando sei lontano, fingi di essere vicino” ed è proprio questo l’atteggiamento dell’”Inutile” Ki-taek Kim, artefice del destino di ogni personaggio.

Le lacrime silenziose, la rabbia di essere considerato “carne da macello”, un oggetto, niente di più. In esso confluiscono tutte le anime dei protagonisti, senza veli, crude e reali. Un finale che viene affidato a lui, portando con se il carico emotivo che comporta ogni singola decisione presa dai protagonisti. Nessun vincitore, nessun piano, nessuna guerra.

Parasite apre un varco sul mondo nel quale i poveri si infiltrano nella vita quotidiana, nella routine e nelle decisioni dei ricchi, come un virus che entra nel loro sangue e che non conosce antidoto. Una guerra tra classi senza mezzi termini, senza ideologie, politica o slogan. A mani nude. 

Movie Message Corner

“La vita somiglia molto al jazz… è meglio quando si improvvisa.”

George Gershwin

Quello che i protagonisti ci suggeriscono, sull’invalidità di avere un piano, è l’essenza della quotidianità. Affannosamente ideiamo e ci ritagliamo il programma perfetto: sul lavoro, sul divertimento e perfino per far colpo su di una ragazza. Nessuno ama essere impreparato e tutti, chi più chi meno, soffriamo di manie di controllo. Il punto è che, in un modo o nell’altro, il gioco cambia e ciò che resta è la cruda e vivida realtà. 

A volte cambia in meglio, il più delle volte però, non va cosi. E costruiamo su quegli imprevisti altri piani, calcolando i possibili incidenti di percorso, ed ancora cambia tutto. Per quanto si faccia fatica ad ammetterlo amiamo possedere il controllo, della nostra vita e, spesso, anche quella degli altri.

Attori in un teatro senza palcoscenico, senza copione ne regista, delusi da una condizione che ci viene imposta dalla nostra volontà, ingannati da una realtà mai all’altezza del nostro volere e delle nostre aspettative. Siamo in balia degli eventi e nonostante questo ci affanniamo a rendere tutto perfetto, quando è l’imperfezione a rendere tutto così affascinante. Una vita senza affanni avrebbe lo stesso sapore mi chiedo? Amiamo il riposo perché conosciamo la fatica, amiamo l’idea dell’amore perché conosciamo il dolore, amiamo la tranquillità perché conosciamo il tormento e, nonostante tutto, amiamo la vita con tutte le sue ammaccature perché ricorda, ad ognuno di noi, quanto sia poco stimolante ottenere qualcosa senza sacrificio.

Infine, Parasite, evidenzia l’aspetto umano più agghiacciante: L’indifferenza. Passivamente lasciamo che il dolore altrui resti tale, circoscritto senza destare rumore. Soffochiamo le richieste di aiuto con tante parole prive di significato e di conforto solo per pulire la nostra coscienza dal peso dei sensi di colpa.

I fantasmi, come vengono descritti dal regista, rappresentano le paure e le incertezze di ogni essere vivente e non c’è niente di tanto spaventosamente reale.

Puntuali, ogni notte, vengono a bussare alla nostra porta per ricordarci che non se ne sono andati e, probabilmente, non se andranno mai…

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