Stan Lee: la persona prima dell’eroe

Il cinema fin dagli albori ha affrontato tematiche sociali di vario tipo, rendendosi di volta in volta uno specchio sempre più aderente dell’attualità. Un mezzo che mantiene il passo con i tempi e che proprio attraverso l’analisi del tessuto socioculturale riesce ad offrire il meglio di sé. Talvolta essendo come detto strettamente fedele al reale, in un modo cinico e pragmatico. Altre volte evadendo dalla realtà per farsi motore di immaginazione e sconfinare nel campo puro della sospensione dell’incredulità.

Proprio a quest’ultima sfera cinematografica appartiene quello che forse è considerato il deus ex machina dell’immaginario recente: stiamo parlando di Stan Lee. Un personaggio al dir poco carismatico che si è reso assoluto protagonista dapprima dell’universo supereroiristico su carta con la celebre Casa delle Idee Marveliana. Poi, non contento di un simile successo, è riuscito a ripetersi con risultati forse ancora superiori nel dare il là a quello che oggi è riconosciuto come il Marvel Cinematic Universe.

Certo, questo universo di eroi su grande schermo non è unicamente frutto dell’operato del buon vecchio Stan; ma la sua figura è stata indiscutibilmente essenziale ed un cardine su cui imperniare il futuro ed oggi conclamato blasone riscosso dalla trasposizione delle sue idee e dei suoi personaggi al cinema. I suoi fumetti hanno preso vita (non che prima non l’avessero) arricchendosi nuovamente di un plus di non poco conto: la capacità di fondersi alla perfezione con problematiche socioculturali contemporanee.

Così quelli che prima erano considerati corpi avulsi rispetto al quotidiano e alla realtà che viviamo costantemente, si sono trasformati in portatori di messaggi educativi dal grande impatto sul pubblico. Non più semplici supereroi di cui narrare (tramite fumetti o film) le sole gesta ed incredibili abilità, ma compiendo uno step ulteriore, persone prima che personaggi. Specchi che riflettono le barriere sociali cercando di abbatterle con i propri poteri, ma al contempo mostrando anche le proprie debolezze.

Il recentissimo Eternals, o ancora Black Widow, o andando più indietro lo stesso Iron-Man (che ha segnato il principio dell’MCU), hanno fatto ben capire quanto gli addetti ai lavori (a partire dall’apice della piramide con Kevin Feige) volessero con ferma volontà fondare i propri progetti cinematografici sull’essenza dei fumetti di Stan Lee. Del resto il trailer lanciato alcuni mesi fa sulla promozione dei futuri film Marvel della Fase 4 ha evidenziato proprio quanto detto fin ora. La voce di Lee in sottofondo è una lama semantica che affonda ancora oggi nella mente e nel cuore di chi ama il genere in questione.

Forse è anche per questo motivo che tale filone del grande schermo è riuscito a coinvolgere tutte le fasce d’età: dai più piccoli agli adulti. È proprio l’aver scavalcato il confine del fantastico per attingere a piene mani dalla realtà di tutti i giorni che ha avvicinato le grandi platee di tutto il mondo ai supereroi. La loro fragilità rivelata al cinema non li ha resi meno forti, anzi. Essa ha permesso l’annullamento della differenziazione socioculturale e della distanza attore-spettatore favorendo un’immedesimazione di una profondità mai vista prima.

“Chiunque può essere un eroe, anche chi mette un cappotto sulle spalle di un bambino per fargli capire che il mondo non è finito!” per dirla alla Nolan. Ed è esattamente questo il punto: non servono superpoteri per affermare il proprio essere, per farsi accettare e superare gli ostacoli della vita. Un eroe prima di diventare tale passa attraverso mille difficoltà ed un processo di ricerca interiore intenso per arrivare a trovare il vero Io. Allo stesso modo lo spettatore si rivede in un simile processo di introspezione ed esperienza sociale dai contorni fantastici e resta calamitato a quel mondo. Incapace di staccarsene non tanto per la sua bellezza immaginaria, quanto per la sua abilità formativa nel far capire a chi guarda che il ragazzo del college che diventa l’amichevole difensore del quartiere, è Peter Parker prima che Spider-Man. No Way Home docet in questo senso: terminando il percorso di crescita del personaggio conduce anche lo spettatore verso la fine del suo viaggio di confronto con la persona prima che con l’eroe.

Perché come diceva il buon vecchio Stan: “Sai ragazzo, credo che una persona la fa la differenza!”

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