Sono molteplici e diversi tra loro i generi trattati dal cinema per ottenere quello che è un obiettivo comune: comunicare un messaggio. Tra questi vi rientra a pieno titolo anche l’ambito sportivo, dove calcio, nuoto, atletica, boxe e mille altre discipline sono divenute oggetto di storie, docufilm e biopic da portare sul grande schermo.
Recentissimi sono gli esempi nostrani quali: Underwater che ripercorre la carriera di Federica Pellegrini, plurimedagliata nuotatrice italiana; o ancora E’ stata la mano di Dio, lavoro biografico sul più grande calciatore di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. E ce ne sarebbero molti altri meritevoli di citazione: da Tonya (con la meravigliosa Margot Robbie nei panni della discussa pattinatrice statunitense Tonya Harding) a Rush (con Chris Hemsworth e Daniel Bruhl interpreti rispettivamente di James Hunt e Niki Lauda, piloti e campioni di formula uno); da Borg Mcenroe (dualità tennistica storica tra Bjorn Borg e John Mcenroe) a Race – Il colore della vittoria (con al centro Jesse Owens, velocista americano protagonista del film di Stephen Hopkins). Per non parlare di Invictus (diretto da Clint Eastwood e focalizzato sulla Coppa del Mondo di rugby del 1995 nel periodo di regime dell’apartheid di Nelson Mandela).
Basti pensare ai pochi esempi riportati per capire la variegata schiera di capolavori legati allo sport sfornati dal mondo cinematografico. Tutti con alla base un intento condiviso: comunicare allo spettatore valori, disciplina, cadute e risalite che hanno caratterizzato la vita personale e professionale di ciascuna figura sportiva presa in esame. D’altronde lo sport proprio come il cinema è riflesso autorevole della società e dell’evoluzione che la contraddistingue. Ma se i contorni di questi ambiti cambiano e le sfumature sociali aumentano ci sono al contempo dei paletti che restano inamovibili.
Stiamo parlando proprio di quei valori prima menzionati di cui si fa carico non solo lo sport nel suo complesso ma anche il mezzo cinematografico nel momento in cui decide di incentrare le proprie luci su di esso. Ecco che risaltano quindi la lotta al razzismo, l’importanza di rispettare regole ed avversari, l’ambizione sana nel competere e la volontà di vincere con assoluta lealtà. Elementi che formano un atleta e ancor prima la persona che vi è dietro conducendo spesso ad una duplice affermazione: “dentro e fuori dal campo”. Da qui il punto d’incontro cruciale con lo spettatore, che s’immedesima nello sportivo/protagonista del racconto filmico per assorbirne valori e messaggi di cui si fa a sua volta portatore.
Una sorta di effetto domino che s’innesca in sala durante la visione e che prende il là dalla pellicola al cui centro si alternano i vari Alì, Maradona, Pellegrini, Lauda e così via. Non importa tanto il chi quanto il cosa: il contenuto mai come in questo caso è centrale e fondamentale per accrescere il peso autoriale di un biopic o docufilm che sia. Non basta ripercorrere le gesta di un campione per trasmettere qualcosa: occorre ripercorrerne soprattutto gli inizi, le cadute, i momenti di fragilità e gestione degli stessi. Perché è da questi momenti che deriva quell’insegnamento che rende un progetto cinematografico a carattere sportivo un autentico mezzo di comunicazione di successo dall’enorme rilevanza sociale.
“Lo sport è l’unico spettacolo che, per quante volte tu lo veda, non sai mai come andrà a finire”
Neil Simon