Tanti volti del mondo del cinema hanno alle spalle esperienze di vario tipo che li hanno condotti ad affermarsi ed essere ciò che sono oggi. Tra questi vi è anche un certo Willard Carroll Smith Jr., meglio noto al grande pubblico come Will Smith. La recentissima “sceneggiata” agli Oscar che lo ha visto protagonista di un gesto non proprio confacente al comportamento di una star hollywoodiana, è in realtà l’ultimo tassello in ordine cronologico di una carriera caratterizzata da toni e colori “forti”.
Colori che hanno preso la scena fin da subito nella parabola ascendente di Will, basti pensare agli esordi con “il principe di Bel Air”, celebre serie tv americana che di fatto ha consentito a Smith di spiccare il volo verso palcoscenici ben più importanti. Una vera e propria famiglia, sia sul set che fuori, capace di far sbocciare tutto il talento di un giovanissimo “Willy” (attori che, tra le altre cose, si sono ritrovati in una reunion stile “F.r.i.e.n.d.s” pochi anni fa a testimonianza del legame reciproco).
Proprio a cavallo del 95′-96′ il giovane principe si trasforma in un “bad boy” d’azione e successo nell’omonima pellicola (Bad Boys) diretta da Michael Bay. Di fianco ad un’altra star di colore, Martin Lawrence, Smith riesce a dare il meglio di sé costituendo con quest’ultimo una coppia sfavillante e dalle sfumature divertenti ed effervescenti. Da giovane talento così Will si trasforma in un interprete versatile, in grado non solo di basare le proprie performance attoriali su copioni tutto pallottole e risate, ma anche costituite da profondità e sensibilità estreme.
Emblematici in tal senso sono due film del periodo immediatamente successivo quali “La leggenda di Bagger Vance” (con alla regia Robert Redford), e Alì (di un altro grandissimo regista come Michael Mann). Insomma il confronto con il piccolo o grande schermo che sia non mette assolutamente in difficoltà o disagio l’uomo Willard, che dimostra di aver lasciato dietro la caratterizzazione leggera dell’enfant prodige per affondare a piene mani in tessuti narrativi delicati e di grande contenuto.
Oltre le due opere filmiche sopra citate, questi offre l’ennesima prova di abilità interpretativa in “La ricerca della felicità” e “Sette anime” (entrambe guidate da Gabriele Muccino). Un duo di performance che lascia a bocca aperta critica e pubblico per realismo delle tematiche toccate e dei personaggi incarnati in queste storie. Qui Will spazia dal padre di famiglia che deve crescere in un contesto socio-lavorativo difficile un figlio piccolo (che era davvero suo figlio Jaden a testimonianza del realismo ricercato), ad un ingegnere aerospaziale che decide di riscattare sei vite coinvolte in un incidente cercando di salvarne altrettante (tramite una donazione di organi).
Insomma è chiaro che da questo punto in poi non sia esistito più il solo “principe di Bel Air” o “Bad Boy” dal profilo leggero e smaliziato, ma abbia preso il sopravvento una figura fatta di ruoli di grandissimo livello che implicano uno scatto in avanti notevole per Smith. Scatto che gli consente di ragionare diversamente e porsi difronte obiettivi sempre crescenti sul piano della rappresentazione cinematografica. “Collateral Beauty” e l’ultimo capolavoro per cui è stato premiato agli Oscar “Una famiglia vincente-King Richard”, si aggiungono così come tasselli di un puzzle più ampio alla crescita di valore di un attore consolidato, completo a 360 gradi.
Un gesto seppur condannabile, quindi, come quello della notte degli Oscar 2022 (secondo alcuni frutto di costruzione più che di istintività), non sarebbe comunque sufficiente a macchiare una carriera di gran rilievo come quella ripercorsa fino ad ora. Semmai le scuse che hanno fatto seguito a quel gesto sono da prendere seriamente in considerazione come la riprova dell’esser sì sopra le righe di tale attore (vedasi anche i profili social di Will) ma al contempo attestato di un personaggio dai toni e colori forti, mai noioso, mai ripetitivo, mai banale.